Razionalità, mistica e corpo: un confronto

La filosofia del prof. Luigi Tarca è stata ed è tuttora oggetto di vivaci dibattiti – soprattutto a Venezia, città presso la quale ha insegnato fino allo scorso anno. Il suo onnialetismo si concretizza nel tentativo (sulla cui riuscita non mi posso spendere per la scarsa conoscenza di entrambe le fonti del suo pensiero) di far dialogare tradizioni lontane come il pensiero occidentale e quello orientale, in particolare Emanuele Severino e Raimon Panikkar.
Stando attenti a spiacevoli e pigre semplificazioni, si può affermare che la cifra del pensiero tarchiano è la pura differenza – ovvero quel quid rispetto al quale differiscono la verità come puro positivo e la verità negativa. Quest’impostazione consente al professore di ricomprendere in un’unica mossa la razionalità occidentale, nella forma del principio di non-contraddizione, e la mistica come assoluto e puro positivo; un positivo che abbraccia tutto – la verità assieme alla sua negazione, il positivo assieme al negativo – e che in virtù della pura differenza se ne smarca. 
Al dolore spetta di configurarsi come negativo, come quel non che è sostanzialmente un rifiuto. Ma il dolore ci porta inevitabilmente a parlare del corpo – un corpo che abbiamo osservato sotto molteplici punti di vista nel corso del nostro ciclo seminariale –: esso è il tutto irriducibile in cui l’esperienza accade, e che in quanto principio di individuazione è anche seme del dolore originario, concepito come il rifiuto della possibilità della propria inesistenza: l’attaccamento alla vita.
 
L’incipit del mio contributo, pensato in dialogo all’intervento del professore per l’incontro finale del ciclo seminariale “Il luogo dell’umano: indagini etiche attorno al corpo”, ha affrontato una questione tangente a quella dell’attaccamento: trattasi della risposta al dolore altrui, e di come il Buddhismo cerchi di incentivarla. Tra gli strumenti principali di questa operazione troviamo la dottrina dell’impermanenza, e più nel dettaglio la dottrina del non-sé. Quest’ultima, nella propria proposta radicale enunciata dal monaco Shantideva, nega che vi sia un’identità come sostrato alle nostre esperienze – che non vi sia differenza tra un dolore “mio” e un dolore “tuo”, proprio perché quel mio e quel tuo sono illusori, non hanno base empirica per essere posti. Di qui, prosegue Shantideva, segue che se v’è una qualsiasi ragione per rimuovere un dolore, allora tutti dovranno esserlo, poiché tra essi non vige differenza alcuna. Di questo estremo tentativo per giustificare la pratica altruista del Bodhisattva, possiamo senza dubbio ravvisarne con Paul Williams l’ingenuità: esso vanifica il cammino stesso di liberazione cui il Bodhisattva sottopone se stesso e coloro a cui beneficio egli opera, poiché senza sostrato, assieme alla nozione di cambiamento, perdiamo anche la possibilità di liberazione.
Ho cercato di rintracciare in certa filosofia analitica (in particolare nel pensiero di Derek Parfit) una risposta al quesito dell’identità personale, che riesca a liberarsi dalle pastoie della metafisica ipostatizzante senza vanificare la possibilità etica dell’altruismo, ovvero di rendere conto in maniera credibile alla differenza tra soggetti. L’operazione di Parfit è complessa e non merita di essere riportata in maniera stringata: rinvio pertanto alla scaletta disponibile a fine pagina per prenderne in esame le mosse in maniera più approfondita. 
 
Ciò che è emerso da questo interessantissimo incrocio di autori è a mio avviso un’inaspettata affinità quanto al pensare la relazione come un punto di arrivo: “la verità è relazione”, cogliendo una cifra eminentemente panikkariana del pensiero del professore; “ciò che conta è la relazione-R”, quanto alla descrizione dell’identità personale secondo Parfit. Il rinvio reciproco si ferma qui, poiché se per Tarca l’identità personale è il luogo di quella conferma risultante dalla verità in quanto realtà totale, comprensiva della propria negazione, per Parfit non è altro che una nozione ormai usurata, in preferenza del cui pericolo ipostatizzante è preferibile usare una nozione più fluida, come appunto quella di relazione di continuità psicologica. Ma in questo incrocio troviamo anche un pensare comune circa la mistica (sia per Tarca, che per certo Buddhismo – anche se in quest’ultimo caso parliamo di liberazione) come superamento della dialettica – una dimensione a-concettuale che è il superamento comprensivo della razionalità innegabile e del pensiero dicotomico (neti-neti).
 
In chiusura, quale ruolo per l’altruismo? Se la mossa radicale del Buddhismo di Shantideva si mostra inadeguata, in quanto priva il praticante anche della propria unità pragmatica, Parfit avanza una proposta che, come ricordato, può essere una valida alternativa per salvaguardare l’autonomia del soggetto, senza caricarlo di ulteriori significazioni metafisiche. Le somiglianze con il pensiero buddhista sono state rilevate dallo stesso autore anglosassone, e sono indubbiamente affascinanti. Rimane il fatto che per il pensiero occidentale legato alla tradizione della metafisica classica – ne è un esempio il pensiero del prof. Tarca – è indispensabile conservare un certo platonismo di fondo: il positivo per l’altro (l’azione altruista) è conoscibile in quanto tale unicamente in relazione a ciò che è il puro positivo.
 
Razionalità, mistica e corpo + identità personale e altruismo (prof. Luigi Tarca, Alessandro Veneri)
Prof. Luigi Tarca:
[01.00] Introduzione: la razionalità come verità innegabile
[07.00] La mistica come pura differenza
[17.00] Il negativo come dolore
[23.00] Dolore e corpo 
[30.00] Il dolore-spia come segnale di rifiuto e la sua possibilità di eliminazione
[38.00] La questione del piacere come riproporsi e invito
[42.00] Una riflessione sull’identità personale
 
Alessandro Veneri:
[45.00] Introduzione
[48.00] Shantideva e la dottrina del non-sé
[55.00] Le critiche di Williams a Shantideva
[58.00] Il pensiero di Parfit
[1.13.00] Il pensiero di Nagel sulla questione dell’altruismo
[1.15.00] Conclusione
 
[1.19.00] Domande: Quale posto per la giustizia all’interno di una filosofia che intende la violenza sul corpo altrui come massimo rifiuto del dolore originario altrui?
[1.38.00] Quale ruolo per il pensiero che pensa e per il pensiero pensato all’interno del quadro teorico fin qui proposto? E il dolore comporta sempre un rifiuto?
 
[2.14.00] Conclusioni

Di seguito sono messi a disposizione scaletta e handout del mio intervento:

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