Sacrificio e silenzio del corpo. Per un'etica della rinuncia.

Tale analisi vuol partire dal contributo di Ines Testoni con il testo Il sacrificio del corpo. Dialogo tra Caterina da Siena e Simone Weil. La scelta di questo saggio è ambiziosa quanto scomoda, volendo essa prendere una posizione di difficile comprensione per un lettore poco attento o, ben peggiore, un lettore prevenuto. Difatti, la testimonianza portata dalle voci riesumate di Caterina e Simone cerca di render conto di un atteggiamento, di una scelta e di una conseguente esistenza secondo una data filosofia, per dirla in termini ben più consoni, secondo una fede.

Ebbene parlare di fede può portare a posizioni relativistiche, sfociare in una vaghezza e negare un dialogo. La verità di fede professata da Caterina e Simone si permea di un misticismo che rischia di non essere preso seriamente e di non esser ascoltato o addirittura accusato clinicamente. Dalla lettura, come anche dal nostro quotidiano stare al mondo, si evince che parlando di fede si possa delineare un sottile limite con la follia, un’incomprensione totale e priva di una volontà di confronto capace, dunque, di portare alla discriminazione e alla mossa rappresentata dalla terapia. Dunque uno degli obiettivi, lo possiamo già dire, è quello di riabilitare tali figure in nome di un dialogo e una comprensione dell’animo umano troppo spesso dimenticati, forse considerati superflui da quelle che da Husserl in La crisi delle scienze europee sono state definite scienze dei fatti.

Tra queste scienze la diretta interessata è la psicologia e la derivante psicoanalisi posta in una via pericolosa in termini di discriminazione e permeata di una volontà terapeutica aprioristica. Psicoanalisi chiamata in causa nel tentativo di smascherare disagio e malattia che attanagliavano le due mistiche prese in considerazione. Infatti tra Caterina e Simone il filo conduttore può essere identificato con la diagnosi dell’anoressia. La manifestazione di tale patologia non ha tenuto conto del mondo simbolico ed esistenziale proprio delle due mistiche, come del resto lo stesso misticismo, come abbiamo già detto precedentemente, spesso è posto in secondo piano. Nel misticismo, nella sua diretta esplorazione e comprensione possiamo definire quella che sia per Caterina Benincasa sia per Simone Weil è stata a tutti gli effetti un’etica della rinuncia e del sacrificio perpetuati mediante digiuno ed espressione della fame, il tutto legato alla dimensione corporea.

Le domande sono molte, le risposte rischiano di essere molte meno volendo trattare una posizione così forte , anticonformista ma soprattutto scomoda. Il punto di partenza per un’analisi ben più ordinata e capace di andare per gradi non può che essere rappresentato dalla filosofia. Già tale scelta della via filosofica può suscitare disappunto o creare ulteriori dibattiti come il rapporto filosofia-scienza, l’apparente imprecisione e il minor rigore della filosofia come strumento di indagine della realtà. A guidarci, però, nel testo della Testoni, oltre alle due protagoniste del dialogo, v’è Emanuele Severino, portatore di una prospettiva filosofica capace di far chiarezza su più aspetti e sfumature di questa analisi.

Partendo dunque con Severino si noti come si è, fin da subito, inseriti in un particolare contesto filosofico e umano quale quello occidentale. Nel tanto discusso ruolo – se vogliamo anche senso ed essenza – della filosofia poniamo inevitabilmente lo sguardo verso il concetto di Verità. Aletheia, ovverosia non nascondimento, svelamento delle cose al di là delle apparenze che possono essere offerte da uno schopenhaueriano Velo di Maya. Cercare la Verità, quasi banale a dirlo, eppure ponendo tale astratto obiettivo si è costruita una concretezza di una portata incredibile quanto spaventosa. L’uomo occidentale tende a questa Verità, posta come scopo, come fine e si instaura dunque una volontà di verità guidata dalla potenza della tecnica, ovverosia predisporre gli strumenti, i mezzi per il soddisfacimento di determinati fini. Volontà di verità, ove il volere non è verità, si pone una base di non-verità per arrivare ad una verità, alla Verità. Il fine è posto e in tal proposizione si nota la necessità della volontà umana di porre un fondamento, un sapere certo e indubitabile, incontrovertibile, sempre vero. Siamo nella parmenidea via dell’essere, l’unica percorribile, opposta alla via del non-essere assolutamente impercorribile. Proprio questa seconda inconcepibile via risulta essere una componente determinante quanto determinante lo è l’umano tempo e mutamento delle cose rappresentato dal divenire.  Procedendo in questa direzione si noti come la cultura occidentale sia permeata di queste componenti così filosoficamente ovvie, eppure ne soffra, ne risenta a livello pratico e nella richiesta di senso. Nel cercare il contatto con l’Assoluto, con l’indubitabile, si aderisce alla fede nel senso greco del divenire credendo nella finitezza e nella caducità delle cose. Mi spiego: pensando che le cose siano e che subiscano continuamente il divenire, avendolo dovuto ammettere dopo il parricidio platonico nel Sofista, si aderisce anche alla concezione di una fine, di un ritornare nel nulla. L’Occidente in tal modo pone la condizione dell’essere come una continua oscillazione tra essere e nulla. La stessa cultura, impregnata di tale visione, ha costruito il mito della morte, la fine di tutte le cose, il nostro essere consegnati alla nientità. Tutto ciò viene negato e si cerca addirittura di evitare e di aggirare la morte volendo dunque togliere la condizione del nostro essere mortali.

Posta questa prima proposizione teoretica il richiamo di sottofondo è quello di un uomo desideroso di salvarsi. La salvezza è lo scopo, l’oggetto di culto e generatore della bramosia. Salvezza per l’eternità che, non trovando un Assoluto indiveniente e indubitabile come il sapere epistemico tanto ricercato, ha rinunciato al concetto di salvezza antecedendole il benessere. La componente del corpo, infatti, in tale mossa vede la sua messa al centro e la relativa protezione e venerazione. Il corpo che deve essere preservato, deve essere l’espressione di quel benessere che ha sostituito la salvezza. Abitiamo la società del welfare, rincorriamo, affamati, il sogno del godimento che cerca di travestirsi da salvezza momentanea in terra. Il corpo diviene veicolo di tutto ciò e viene preservato e curato come la totale espressione della soggettività umana. Il passaggio ad uno sguardo di non-riconoscimento tra soggettività è breve e porta, invece, all’oggettivazione dell’altro, alla concezione di corpo come mero körper husserliano, mera materia. Incominciamo ad intravedere, anche grazie ad un’analisi sociale, come il corpo diventi oggetto di critica. La condizione corporea diviene passiva e subisce le influenze sociali e sociologiche che divengono continuamente. La stessa sovrapproduzione di cui parlava Marx ha trovato la sua definitiva consacrazione come sfondo delle nostre azioni, del nostro vivere, è un sovraccarico dell’anima, un eccesso che deve far risvegliare la coscienza. Lo stesso cibo come nutrimento e come materia capace di soddisfare bisogni ha perso la sua innocenza. Il cibo oggi non ha più la sua funzione di valvola di sfogo del bisogno, della fame umana, bensì ha cominciato ad essere altro, ad essere troppo, ad essere sprecato e incasellato secondo una dietetica. È l’emergere della fame dell’anima, la fame della salvezza e sopravvivenza più violenta incapace d’abbracciare la contingenza. La società della tecnica che pone dei mezzi per la realizzazione di un dato fine è vittima di una sbornia potenziale che la porta a spostare l’attenzione e il centro dell’attività sui mezzi stessi, venerandoli. Il cibo, la dietetica divengono il fine stesso, il corpo come luogo del benessere perde velocemente il ruolo di mezzo vestendo i panni del fine. In siffatta società complessa, governata da una follia nichilistica, il convivio perde il suo senso sociale e genera reazioni non solo contrarie ma eccessivamente presenti a loro stesse. L’anoressia di cui tanto si parla nel secolo attuale mette in luce una condizione fortemente materialista ove, come fa notare Mara Selvini Palazzoli, le donne anoressiche non danno spazio ad uno spiritualismo effettivo del corpo e ne sono travolte, lo rigettano, lo negano ponendo una logica che attraverso la negazione altro non fa che affermare. La negazione condurrà sempre più fluidamente alla componente negata. Il richiamo alla negazione della morte è molto forte, è la rappresentazione di un orizzonte culturale che si è posto in una condizione di schiavitù e delirio di onnipotenza riscoprendosi fragile di fronte alla possibilità di contemplare una propria finitezza. Non a caso Elisabeth Kübler-Ross in La morte e il morire altro non fa che avvalorare tale tesi evidenziando come uno dei passaggi fondamentali del fine vita sia, appunto, la negazione della propria condizione di morente. Anche la bioetica occidentale, dunque ci viene in soccorso nel nostro discorso teoretico ed etico.

Il discorso severiniano è ancora presente e la negazione rende forte tale argomento cercando di far emergere un’ontologia capace di rendere prevedibile l’imprevedibile. L’occidente aderisce al senso greco del divenire, lo pone come certezza fondante per poi tentare – paradossalmente – di negarlo, di porvi rimedio. Lo ammette ma lo ritiene impossibile, generando sempre più una condizione antinomica. La teorizzazione dell’anima, l’anima come speranza, è fede e rimedio all’angoscia generata dalla tecnica che si accanisce sul corpo ed epistemicamente non dà certezze, smonta ogni tentativo di porre un fondamento certo se non lo stesso divenire già dimostrato antinomico. Ebbene il territorio della fede dà una risposta che secondo la volontà di verità è condizione sufficiente per allontanare l’angoscia, ponendo certezza nell’esistenza dell’anima.

Resta l’anima come rifugio dalla dimensione corporea che tanto delude, tanto permeata da immagini di ricchezza, benessere, massimizzazione delle cose in funzione di una speranza mai realizzata ma solo cercata e malamente imitata. Se l’uomo sapesse come fare baratterebbe ogni suo bene materiale con l’eternità e tale annotazione rivela quel terrore che è dato dalla conclusione, dalla caduta nel nulla, nell’annientamento di sé mediante la morte e dunque la fine dell’oscillazione tra essere e nulla, la fine della contingenza che, così facendo, viene ancora una volta affermata. Seguendo l’atteggiamento che aderisce e vede come un atto meraviglioso e tanto desiderato quello del baratto con l’eternità ci si pone sulla via dell’anoressia, in tal modo si diventa anoressici dice la Testoni. Subire passivamente le influenze sociali, nonché le rappresentazioni che ne derivano che ci ingravidano di un tale illusione, è l’adesione famelica e totale al materialismo, la consegna alla sua sorte, a quella della materia che verrà annientata. Ivi si pongono le condizioni per un sano anticonformismo che prenda in considerazione la reale messa in discussione, secondo atteggiamento filosofico, delle rappresentazioni sociali unilaterali. Dall’unilateralità si genera uno squilibrio, una malattia diceva Jung, di cui prendiamo in prestito il concetto senza aderire alla visione clinica e chiaramente la via qui non terrebbe conto di un’ipotesi mistica. Un misticismo che può prendere in seria considerazione un’etica altra rispetto a quella basata su elementi e ruderi occidentali posti come dominanti. La non comprensione del misticismo non nega la possibilità di agire in altro modo rispetto a come si è sempre fatto – non aderire alla massa conformata che dice sì alla vita, ma il contrario. Dire di no alla vita, dirlo secondo un’etica che vuol rinunciare a ciò che non si vuole essere. Così facendo non porsi più secondo una misurazione corporea dei benefici ma ambire a qualcosa di più grande, per non essere solo materia. Non essere solo materia ci fa ri-emergere dall’annegamento nichilista in cui ci siamo immersi già secoli e millenni fa secondo prospettive lineari e progressiste impregnate di estremismi e con essi tanti altri “ismi” traghettatori verso l’affermazione, la scelta fino all’imposizione dittatoriale di una componente a discapito di un’altra.

La celebre separazione attuata da Cartesio spesso viene sottovalutata per la grandezza della sua portata in termini di conseguenze. Separatezza e affermazione di un primato del cogito, anche se per il filosofo francese tale affermazione riguardava più un’identificazione dell’unico elemento realmente indubitabile. Da una tale mossa non ci si stupisca delle posizioni di Caterina e Simone, seppur anche in termini non cronologici si tenga in considerazione la possibilità di un’etica altra rispetto a quella che ne è derivata dall’atto cartesiano. Sacrificio e rinuncia, i temi fondamentali di questa analisi, entrano di diritto nel discorso morale con una dignità e forse un ruolo oppositivo e smascherante rispetto alla condizione occidentale di cui siamo ormai delle prede, o forse dei silenziosi fautori incapaci di porsi domande. La dottrina cateriniana del sacrificio corporeo secondo il volere di Dio è inconcepibile e scomoda per un essere umano del XXI secolo, considerata arcaica per buone ragioni in termini di sopravvivenza; per pessime ragioni, o meglio per inconsistenti ragioni in termini di unilateralità di pensiero. Sacrificare e rinunciare è l’atto più complicato al giorno d’oggi, in una società basata sull’eccesso, sulla sovrapproduzione. Una società senza più Dio e che si crede Dio tanto da compiere un suicidio morale, riconosciuto solo al momento del ritorno al divenire in cui si crede. Si badi che la mia resta una posizione atea anche nel nominare Dio, almeno in vista di uno sviluppo metafisico del discorso tale da ammettere una componente come la fede, e la dobbiamo ammettere.

Delle due figure con cui siamo posti a dialogo, però, è Simone Weil che ci lancia un grido, un messaggio pedagogico ben più udibile. Dalla lettura dei Quaderni si possono cogliere sempre più richiami ad una pratica vitale spesso mancante, spesso poco consapevole. Consapevolezza e accettazione si ergono come componenti di tale discorso per ricercare un’idea e una pratica di bene mai del tutto annichilite. Il vaccino alla follia nichilista proposta dall’Occidente, credo si possa trovare anche tra le parole di Weil, nella sua vita di rinuncia ma mai negata o portata ad una conclusione estrema. Difatti si parla di accettazione della morte, si parla di Morte condizionale nel testo della Testoni, ove il suicidio non è rifugio, bensì l’ultimo orrore da realizzarsi su questo palcoscenico. La concezione weiliniana ci suggerisce e ci fa vivere con occhi che vedono la menzogna da cui siamo circondati, arrivando a dirci quel che tutti sanno ma che non hanno ancora capito o detto a gran voce, ovvero che moriremo, che si arriverà ad una fine di quella che è stata costituita come vita terrena. Arriveremo a quella fine prevista come scopo fondamentale, vivere per morire dunque, e riuscire, come ha fatto Weil ogni giorno della sua vita a non-scegliere il suicidio, perseverare nella non-scelta. La tematica del suicidio non va banalizzata né in questa trattazione né nel contesto esistenziale di tutti i giorni. Ce lo ricorda in modo efficace Albert Camus in Il mito di Sisifo portando la tesi che il suicidio sia l’unico argomento valido e su cui porre la nostra attenzione filosofica. Perché continuare a vivere? Affermarsi o negarsi con un atto nei confronti della vita. Si richiama il confronto tra il “no alla vita” di Simone Weil e il “sì alla vita” di Nietzsche.

E qui v’è la dimensione ontologica, l’atto metafisico istituito dalla mistica, ovverosia una sorta di coesistenza con le altre cose, il tutto come limite ad un qualcosa più grande che potrei chiamare Dio ai fini funzionali della nostra metafisica. Creazione e de-creazione sono una risposta per tutti, di tutti a quella richiesta di senso tanto bramata, decisamente non ottenuta nei termini occidentali e unilaterali. Richiesta di senso, filosofia e vita separate come l’anima e il corpo. Già qua una delle questioni che potrebbero comporre la cesura di tal discorso, ovverosia: da dove si origina questa necessità della separatezza dei vari esseri? Come possiamo proporre una dialettica soggetto-oggetto secondo una prospettiva altra che non porti alle conseguenze ivi elencate?

Il misticismo che inonda la tesi di Weil è sempre più anticonformista, o meglio atipico rispetto al senso comune e porta ad una provocazione nei confronti di chi, come ci ricorda Arthur Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione non comprende il mistico e di conseguenza non si pone in dialogo con esso (in una breve parentesi proporrei di interrogarsi sulla sottile differenza e linea di demarcazione tra misticismo e individuazione e diagnosi della follia come reazione sociale prevalente). Proseguendo con l’analisi Weil cita La nascita della tragedia e il racconto di Nietzsche riguardante la richiesta di Re Mida che insegue Sileno, ovverosia di sapere che cosa sia meglio per lui. La risposta del Sileno è netta, diretta, esplicitando che il meglio per lui sarebbe stato non nascere. Posto questo, la miglior cosa in cui sperare data la propria condizione è quella di morire presto. Vivere per morire, non-scegliere continuamente la morte ma desiderarla, sapere che essa si cela ed è insita nel codice umano, è scritta su tutto il corpo che ci mantiene nel qui ed ora. Corpo che risulta determinante, quasi a confermare d’essere la prigione dell’anima anche se non conferirei a tale enunciato un valore di pesantezza, né come già detto di netta separatezza. Seguendo le indicazioni di Guido Ceronetti in Il silenzio del corpo, nell’abbondante offerta aforistica si coglie l’esplorazione di un microcosmo in tutte le sue sfaccettature, tra medicina, pornografia e filosofia fino ad ascoltarne un silenzio che invita a riflettere e ascoltare. Ascoltare un silenzio che si è venuto a creare dalla sovrapproduzione e dall’eccesiva agiografia del veicolo materiale, oggetto di voyerismo e trattamenti tecnici disumani.

La filosofia severiniana posta a conclusione de Il sacrificio del corpo propone la celebre prospettiva circa l’eternità degli enti; confesso una consapevole ignoranza nell’introdurre questo passaggio, attraverso il quale giungiamo alla chiusura dell’analisi e delle argomentazioni fin qui proposte – lasciando spazio all’interrogarsi del lettore, e sperando di non aver negato la coerenza dell’intento pedagogico dell’intervento. In merito a tale evidenziazione di carattere formativo in termini di singole soggettività – ed educativo secondo la prospettiva etica con l’accezione di ethos come costume, modo, come proposizione e contributo di ricerca al collettivo – alla cesura teoretica vorrei aggiungere un ultimo invito, appunto etico. Interrogarsi sul perché di un’etica della rinuncia. Perché prendere in considerazione un dialogo con tale dimensione più volte da me definita scomoda. Che cosa possiamo imparare e incarnare in termini pratici da un confronto volto a scardinare una scia aprioristica di un gregge, di una folla che non deve rendersi tale, bensì riscoprire la potenza della filosofia, del filosofare insieme – un sum philosophein, come dice Aristotele nei libri ottavo e nono dell’Etica Nicomachea.

Le domande che emergono da tale trattazione sono tra la più svariate dal momento che si pone una riflessione non solo filosofica ma che coinvolge l’umano nella sua essenza ultima, al di là di aspetti sociologici, psicologici e antropologici. Il luogo del corpo non finisce qui di esser trattato e merita un’attenzione che riesca ad andare più a fondo anche in vista di un’indagine sul rapporto soggetto-oggetto che ne è strettamente collegato. La dimensione soggettiva incontra e abita il mondo, l’altro da sé in una relazione che richiede un’indagine filosofica accurata.

Il misticismo è un argomento ancora opaco per come si presenta al panorama filosofico. Ci si chiede se esso possa conciliarsi con la vita, con la filosofia o se sia la filosofia stessa e se sia possibile stabilire un dialogo prolifico per la ricerca etica che ivi s’intraprende.

C’è da chiedersi quanto la componente femminile fortemente presente nel testo Il sacrificio del corpo – si noti che l’autrice e le figure prese in considerazione danno insieme voce alla prospettiva femminile – sia da considerare secondo un orizzonte più ampio, invitando a riflettere sul ruolo culturale e sulle derivazioni che comportano le dinamiche di genere che si sono instaurate e che, anche con questo intervento, ci si propone di indagare e trattare secondo una dignità e una attenzione da ritrovare in siffatta società.

 

BIBLIOGRAFIA

Camus, A. (2013). Il mito di Sisifo. Bompiani.

Ceronetti, G. (1979). Il silenzio del corpo. Milano: Adelphi Edizioni.

Husserl, E. (1999). Meditazioni cartesiane. Armando Editore.

Husserl, E. (2015). La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale. Il Saggiatore.

Kubler-Ross, E. (2005). La morte e il morire. Cittadella.

Nietzsche, F. (1978). La nascita della tragedia. Adelphi.

Schopenhauer, A. (2002). Il mondo come volontà e rappresentazione. Milano: Rizzoli.

Severino, E. (1995). Essenza del nichilismo. Gli Adelphi.

Caterina da Siena  (2016). Le Lettere. Città Nuova.

Testoni, I. (2002). Il sacrificio del corpo. Dialogo tra Caterina da Siena e Smone Weil. Il Nuovo Melangolo.

Weil, S. (1982). Quaderni. Biblioteca Adelphi.

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